La situazione dei lavoratori è sempre più precaria e con questa affermazione non ci limitiamo ad indicare esclusivamente il fatto che le possibilità di impiego sono rare ed incerte, ma che sempre più spesso e con sempre maggiore frequenza, gli aspetti lavorativi contribuiscono a minare il benessere psicologico del lavoratore. E' stato già da tempo sottolineato da parte dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità),
come la depressione rappresenti la causa principale di "malattia" nei paesi ad alto e medio reddito e ciò riguarderebbe non solo le condizioni lavorative cui un soggetto è esposto, ma i rapporti sociali con i colleghi. Così il lavoro nel tempo si è trasformato da una possibilità ad una minaccia; da un'opportunità di realizzazione ad uno svantaggio; da un'occasione per stringere nuovi legami ad una minaccia di solitudine. Quello che scrivo può apparire esagerato, invece per molti è proprio questo. L'ambiente di lavoro può essere considerato come uno spazio importante per la formazione della propria identità che nell'altro si confronta e realizza, a patto che, tuttavia, questa identità riceva gli opportuni feedback, costruttivi. Diversamente è questa una minaccia per la propria autostima che può avere ripercussioni più o meno gravi sul proprio essere. Negli ultimi 40 anni, la ricerca scientifica ha dato largo spazio all'indagine sulle ripercussioni dello stress nel lavoratore: tante sono state le rewiew tese a sottolineare i fattori predittivi, protettivi e di rischio cui il lavoratore è esposto nel corso della sua carriera lavorativa. Quello che vi presento mi è sembrato interessante a titolo informativo, perchè descrive quelli che la scienza ha evidenziato come maggiori fattori di rischio associati al lavoro che possono ripercuotersi in maniera piuttosto significativa sulla salute mentale del lavoratore. Lo studio in questione pubblicato sulla rivista online Plos One, si è incentrato sull'individuazione di quegli aspetti psicologici, sociali e professionali che concorrono a minacciare il benessere del lavoratore. In particolare i fattori esaminati riguardavano le esigenze dei lavoratori, il controllo, il sostegno sociale e lo squilibrio tra sforzo e ricompensa. I risultati hanno portato alla conclusione che il fattore più delicato è senza dubbio il conflitto di ruolo: la ricezione di richieste incompatibili da due o più fonti che rivestono la stessa importanza genererebbe nel lavoratore confusione, indecisione,difficoltà nel fare la scelta più giusta, disagio, incomprensione. Per quanto riguarda il bullismo, è stato preso in considerazione, ma la risultante è stata che non sarebbe questo il fattore più "pericoloso": gli effetti sui lavoratori, infatti, non erano a lungo termine anche se in precedenti studi si era ritenuto essere un probabile fattore di rischio per la depressione. Nemmeno la precarietà è risultata essere a capo di disturbi mentali.Il dato interessante ha riguardato però la sfera dei rapporti interpersonali: i dati a disposizione hanno infatti descritto l'importanza di rapporti sociali "sani" all'interno dell'ambiente di lavoro. Quest'ultimo aspetto sarebbe infatti un fattore protettivo nei confronti del malessere psichico. Altro aspetto importante riguarda la padronanza dell'attività e l'Autostima, entrambi fattori considerati come mediatori: la padronanza e l'autostima migliorerebbero il senso di autoefficacia rendendo il lavoratore meno suscettibile alla fatica e allo stress.
La ricerca, a cura di L. B. Finn e coll., è fondamentale per comprendere l'importanza di una comunicazione efficace all'interno dell'ambiente di lavoro. Si parte infatti da una messa in discussione dei ruoli che dovrebbero sempre avere una giusta definizione al fine di evitare confusione e incomprensioni, fino al sottolineare l'importanza di relazioni sane, basate sul principio del rispetto e dell'alleanza.

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